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I MONUMENTI DEL SECOLO XX: a San Pietro Celestino

monumenti    (5)

Ferentino, Piazza Duomo, Monumento a S. Pietro Celestino, Tiburzi da Volterra (1996) (cartolina postale)

In Piazza Duomo sul piazzale compreso tra il porticato della nuova cattedrale e gli edifici dell’Episcopio (lato sud-ovest) è collocata la statua in travertino di S. Pietro Celestino, commissionata dal Comune di Ferentino e realizzata dallo scultore Tiburzi da Volterra in occasione del VII centenario della morte del Pontefice (19 maggio 1996). L’esecuzione dell’opera è avvenuta in 15 giorni proprio in piazza Duomo, così come richiesto dal bando di concorso. Nell’opera, resa a larghe masse plastiche secondo uno stile sintetico e fortemente espressivo, viene sviluppato il binomio Pietra/Spirito, fondamentale nell’analisi della spiritualità di Celestino V. Partendo dal nome Pietro dell’eremita si spiega il basamento, costituito da pietre provenienti dal monte Morrone. Sul basamento poggia un dado quadrangolare, che ha sulla superficie scolpita un grata, allusione alla prigionia nel castello di Fumone, momento di ascesi e di purificazione. Sopra  il ricordo della prigionia la figura slanciata di Pietro Celestino rappresenta la libertà dello spirito raggiunta dopo l’abdicazione  e dopo la morte fisica. Egli è in posizione eretta: ha la mano destra poggiata sul petto e nella mano sinistra, tesa verso il basso regge il copricapo episcopale a significare che, rinunciando al pontificato, ha voluto testimoniare ai suoi contemporanei e agli uomini di ogni tempo il messaggio evangelico della rinuncia alla superbia e al predomino, vero male del mondo. Il corpo di Pietro Celestino assume una posizione dinamica, suggerita dall’andamento vagamente elicoidale del panneggio, richiamo all’azione vivificante dello Spirito Santo. Tale andamento sembra arrestarsi alle spalle, che si dilatano all’esterno prendendo il profilo dell’asse orizzontale della croce di Cristo, diventata parte integrante del suo stesso corpo. L’energia spirituale di Pietro Celestino trova il suo culmine nella rappresentazione del volto, teso a raggiungere il cielo, in un colloquio ininterrotto con l’Eterno.

si laedit caupona, Ferentinum ire iubebo: / nam neque divitibus contingunt gaudia solis ... - Orazio, Epist. I, 17, vv. 6-9