Martino Filetico, nato a Filettino nel 1430 circa, si trasferì fanciullo a Ferentino presso un suo zio canonico per poter frequentare la locale rinomata scuola di Umanità e retorica e soddisfare il suo profondo amore per la cultura e la classicità. Terminati gli studi ferentinate, si portò a Roma dove fu assiduo di Pomponio Leto e del cardinal Bessarione. Fu allievo di Guarino il Veronese e conobbe successo come precettore ad Urbino e Pesaro e come insigne docente di latino e greco a Roma presso lo Studium Urbis. Tra le sue opere maggiori si annoverano: il De viris illustribus, il De poetis antiquis (composti con finalità didattiche), le Iocundissimae Disputationes (dialogo pedagogico a tema vario tra il Filetico e la sua allieva Battista Sforza figlia del signore di Pesaro e poi sposa di Federico di Montefeltro, signore di Urbino). Commentò il De Senectute di Cicerone e molte altre opere della classicità. Martino Filetico possedeva una conoscenza del latino e del greco non comune; tradusse gli Idilli di Teocrito e per perfezionare la sua padronanza del greco si recò in Grecia. Durante i suoi anni di docente a Roma fu spesso ostacolato dai suoi colleghi, che ricorrevano a espedienti meschini per mettere in ridicolo la sua persona; fu proprio per difendersi dalle accuse di maestro poco preparato, nate dalla lettera di alcuni appunti errati presi da alcuni suoi alunni, che il Filetico compose l’opera In corruptores latinitatis.
Martino Filetico trascorse gli ultimi anni della sua vita a Ferentino con la moglie Anna (detta Nanna) e i figli. Alla sua morte, avvenuta intorno al 1490, concesse un cospicuo lascito testamentario alla scuola, che lo aveva accolto fanciullo, con la finalità di assicurare l’istruzione gratuita ai bambini poveri della città e del territorio. Fu sepolto nella chiesa extraurbana di S. Antonio abate.