
Due dipinti di Anna Maria Fardelli nella Chiesa ferentinate di S. Giuseppe
di Mariateresa Valeri
Nella Chiesa dei SS. Giuseppe e Ambrogio, edificata presso la Stazione di Ferentino dopo la seconda guerra mondiale in seguito al voto di ringraziamento per lo scampato pericolo dalle distruzioni belliche, espresso dell'Ordinario diocesano di allora, mons. Tommaso Leonetti, si conservano due dipinti, realizzati dalla pittrice Anna Maria Fardelli nel 1997, aventi come soggetto rispettivamente S. Ignazio, vescovo di Antiochia e S. Policarpo vescovo di Smirne, entrambi martirizzati nel II secolo d. C. Committente delle due opere fu il vescovo mons. Guerino Domenico Picchi ofm, francescano missionario di Terra Santa, che nel 1996 decise di lasciare alla sua città natale e in particolare agli abitanti della località Ferentino-Scalo un segno tangibile della fede che lui stesso aveva testimoniato per decenni in Medio Oriente. Oltre a suggerire il soggetto dei dipinti, mons. Picchi richiese che le tele fossero collocate nella parete di controfacciata, sopra le acquasantiere, affinché i fedeli entrando o uscendo dalla chiesa potessero fermarsi ad osservare le immagini dei dipinti e meditare sul messaggio di fede e di amore, lasciatoci dai vescovi martiri d'Oriente, che testimoniarono instancabilmente con lo parole e con la vita l'amore a Cristo e alla Chiesa, evangelizzarono e consolidarono la fede cristiana in Oriente agli albori del cristianesimo. Straordinarie le realizzazioni pittoriche della Fardelli, che ha colto con grande penetrazione psicologica la spiritualità ardente dei due martiri orientali o l'ha tradotta liricamente in immagini dense di colore e di luce. Nelle due tele la pittrice rappresenta uno spazio organico, in cui gli "oggetti" (forme e colori) vengono conosciuti nel loro vitale insieme di relazioni, come parti di un organismo fisico e concettuale unico. La figura di S. Ignazio campeggia nella tela: lo sfondo blu inchiostro è illuminato dal chiarore solare che si irradia dietro il volto del vescovo e dietro il suo mantello rosso, il cui panneggio è agitato dal gesto impetuoso della predicazione appassionata. Il Santo segue con lo sguardo la mano sinistra sollevata ad indicare le realtà superiori, meta dell'umano pellegrinaggio terreno. Nella mano destra S. Ignazio ha un rotolo spiegato, segno della legge evangelica, che il Santo ha divulgato anche con i suoi scritti. L'estremità inferiore del rotolo scende in basso e sembra congiungersi con il pallio, decorato da due croci rosse, che taglia diagonalmente la figura del Santo, riconducendo l'attenzione dell'osservatore verso il volto di Ignazio e l'indice proteso verso l'alto. Quasi in trasparenza compare ad incorniciare la figura del Santo il manoscritto che ci ha tramandato l'epistolario che Ignazio scrisse durante il viaggio da Antiochia a Roma, mentre si recava al martirio, Anna Maria Fardelli ha scelto proprio un brano della lettera che S. Ignazio scrisse a Policarpo vescovo di Smirne, per dargli conforto e suggerimenti circa l'adempimento dei doveri episcopali. Sotto i piedi del Santo, sullo sfondo risalta la raffigurazione di due ordini di arcate, richiamo al luogo del supplizio del vescovo, destinato ad essere esposto alle fiere nell'anfiteatro (110 d. C. ca.). Con estrema sintesi ed efficace potenza cromatica la Fardelli esprime il senso della vita di S. Ignazio, dono edificante per i fedeli del regno di Dio: il Vangelo alimenta il fuoco d'amore che accende tutta la persona del Santo, fuoco che vibra persino nel suo nome Ignazio; e dal Vangelo Ignazio trae la forza per credere alle promesse divine fino a desiderare il supplizio, per rendere al Signore la testimonianza del sangue. Un tono più descrittivo è stato scelto dalla pittrice per raffigurare il momento estremo del martirio di S. Policarpo (23 febbraio 155 d. C.). Sul rogo, a cui era stato condannato, miracolosamente le fiamme non lo bruciano e l'ottuagenario Policarpo muore trafitto da una lancia che gli squarcia il petto; dalla ferita all'improvviso esce una colomba. Anna Maria Fardelli raffigura tale momento conferendo alla composizione uno studiato ritmo dinamico: spezzato e rallentato nella parte inferiore, accelerato e liberatorio nella parte superiore, tale da guidare lo sguardo dell'osservatore a salire progressivamente dal basso verso l'alto.
Nella zona inferiore del dipinto le fiamme ardono senza bruciare Policarpo, semidisteso sulla pira, con l'addome coperto da un drappo rosso e già colpito al petto dalla lancia. Un carnefice è raffigurato di spalle sul lato destro e, sorpreso dall'evento miracoloso, tiene alzata la fiaccola per ravvivare le fiamme; quella fiaccola non illumina la notte, è un pallido bagliore al confronto con la sfolgorante luce solare che sgorga dal petto squarciato di Policarpo, seguendo il volo della colomba e diradando le tenebre. La prevalenza dei toni rossi incandescenti rende più intensamente drammatica la rappresentazione nella zona inferiore del dipinto. Le linee evidenziate dalla lancia e dalla pira hanno andamenti obliqui e contrastanti con quelli costituiti dalla posizione del corpo di Policarpo e del carnefice: sembrano bloccare l'ascesa verticale delle fiamme, che, rese con vivo senso realistico, bruciano la legna quasi con valenza sonora. Nella zona superiore del dipinto, invece, il forte contrasto tra il giallo acceso e i toni scuri dello sfondo rende manifesto il trionfo della fede del martire. Nella scia di luce che segue il volo della colomba il Santo scorge un evento straordinario: il pontefice Paolo VI accolto quale messaggero di pace nei Luoghi Santi dal francescano padre Domenico Picchi (1964). È la storia della fede che si fa storia dell'uomo e che riconosce in ogni gesto e azione umana un significato profondo e provvidenziale. La luce, che "esplode" dal volo della colomba nata dalla ferita mortale di Policarpo, diviene "oggetto conoscitivo" del "senso" della fede: dalla morte viene la vita, dal dolore la verità e la salvezza. Mediante la sfolgorante scia luminosa lasciata dalla colomba, quasi novella cometa, Anna Maria Fardelli rappresenta la dimensione dello "spazio-tempo" in modo fulmineo e simultaneo alla morte-testimonianza di Policarpo. Nella luce, interpretata dalla Fardelli quale stato di energia vitale, l'osservatore riesce a scorgere l'esperienza di fede di ogni uomo: del martire (Policarpo di Smirne), del persecutore attonito (l'aguzzino con la fiaccola in mano), dell'alto prelato (mons. Picchi), del Vicario di Cristo (Paolo VI).
1. Anna Maria Fardelli, S. Ignazio di Antiochia, 1997, acrilico su tela, cm 80 x 160
2. Anna Maria Fardelli, S. Policarpo di Smirne, 1997, acrilico su tela, cm 80 x 160
