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Ass. Gli Argonauti Ferentino

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Presentazione del libro: Simu di Frintinu, Chiesa di S. Maria Maggiore – Ferentino 4 febbraio 2022

8 Feb, 2024
08 Febbraio, 2024

Introduzione ai lavori di Biancamaria Valeri

Gentili Amici, che avete accettato l’invito a partecipare a questa serata, dopo aver ascoltato le note e le parole del Canto “Frintin’ è bégli”, parole e musica di don Luigi de Castris, dopo aver gioito vedendo anche le immagini che mettono Ferentino, la nostra città, a paragone con altri meravigliosi luoghi e città della nostra Penisola, l’Italia, possiamo sicuramente affermare che Ferentino non è seconda a nessuno.

Lo testimoniano le sue bellezze paesaggistiche, la sua felice posizione geografica, una collina assolata al centro della Valle del Sacco, baluardo di controllo sulle grandi arterie di comunicazione che la attraversano, ora come nel passato, e le sue grandiose testimonianze monumentali e artistiche, che la incoronano come centro di eccellenza nel Lazio, ma io direi anche d’Italia. Questa sera potremo affermare che Ferentino è da ricordare anche per il suo folklore, per la sta storia letteraria, per la sua musica, per la sua fede e devozione; per la sua “lingua” comune a tutta la popolazione che vi abita e che rischia di scomparire sotto i colpi di un’alfabetizzazione linguistica che, come cultura dominante, fa piazza pulita di ogni testimonianza cosiddetta secondaria, il dialetto per l’appunto.

Don Luigi, ferentinate di adozione, essendo nativo di Prossedi, è arrivato a Ferentino quando ha varcato la soglia del Seminario Vescovile per seguire e realizzare la sua vocazione sacerdotale. Non se ne è più allontanato, servendo i cittadini nella cura della Parrocchia di S. maria Maggiore, prima come aiuto dell’indimenticabile parroco Don Carlo Coppotelli e poi come parroco lui stesso per molti anni … celebrando con la Parrocchia le nozze d’oro … Ha amato la Città e ancor di più le sue tradizioni di fede, le sue devozioni, la sua storia, la sua arte … la sua arte in tutte le sfaccettature: monumentali, artistiche in senso stretto, e nella rappresentazione di beni artistici immateriali, il dialetto, il canto, la poesia ed anche la cucina e il folklore.

I beni culturali sono tutte le testimonianze, materiali e immateriali, aventi valore di civiltà. In quanto ho poco fa espresso si esprime completamente la civiltà di Ferentino. È fondamentale salvaguardare queste testimonianze della molteplicità culturale di un luogo e di una popolazione, per trasmetterle alle nuove generazioni e per incoraggiare il dialogo tra il passato, gli anziani, e il futuro, i giovani, questi ultimi, altrimenti ignari e privi di ogni riferimento alle loro radici.

Bisogna ringraziare don Luigi per il suo lavoro svolto non solo come Parroco, ma anche come cultore di storia e di civiltà. E questa sera lo facciamo con la presentazione della sua fatica letteraria e artistica che presentiamo: SIM’ D’ FRINTIN’. Con questo lavoro, che lo stesso don Luigi presenterà nella sua genesi e nella sua strutturazione, don Luigi si colloca sulla via maestra percorsa da molti anni dalla Pro Loco ferentinate grazie all’opera dell’indimenticabile suo presidente Luigi Sonni: fare di Ferentino la “capitale del dialetto ciociaro” come ebbe a definire icasticamente qualche anno fa Paride Quadrozzi di Alatri. E noi, con qualche capello bianco, sappiamo che cosa h operato la Pro Loco di Ferentino per la tutela del dialetto di Ferentino e non solo di questa città, ma di tutto il territorio che voglia definirsi estensivamente ciociaro. Il mio intervento quindi toccherà questi due punti, naturalmente in forma brevis …:

  1. tutela del dialetto;
  2. dare dignità d’arte a una lingua non letteraria, il dialetto, dando cittadinanza letteraria alla poesia in vernacolo.

PRIMO PUNTO: tutela del dialetto. Adesso cito mia sorella Maria Teresa autrice di un illuminante articolo sul dialetto di Ferentino, pubblicato sul giornale della Pro Loco di Ferentino diversi anni fa.

Il dialetto, cioè la “lingua comune”, è la lingua, mediante la quale esprimiamo con le parole idee e sentimenti che scaturiscono dalla esperienza di vita di un popolo. Il dialetto è la formulazione sonora di idee e sentimenti che nascono dalla geografia dei luoghi vissuti, dall’esperienza di vita che si svolge nelle città, negli spazi abitati e condivisi. Il dialetto non è una lingua statica, ma è lingua dinamica, perché scaturisce dalla somma di linguaggi sedimentati, costruiti nel tempo per corrispondere a pensieri correlati a necessità contingenti e a progetti di vita da realizzare. Il dialetto è anche “luogo” di creazione di immagini di grande evidenza ed efficacia che trovano nobile espressione nella sintesi della sua declinazione poetica”.

Il dialetto, dunque, la “lingua comune”, un idioma, termine per lo più letterario che si usa per indicare un dialetto o una parlata regionale, ad esempio il territorio di Ferentino. Con uso più tecnico, ma limitato ad alcuni linguisti, insieme di più «sistemi»  in uso nell’ambito di una comunità storico-sociologica. Il dialetto di Ferentino è un sistema linguistico di ambito geografico o culturale limitato, la “Ciociaria” ad esempio, che vive e interagisce con altri sistemi circostanti, forma un gruppo di idiomi molto affini per avere origine da una stessa lingua madre, che è il LATINO. Il LATINO non l’ITALIANO; pertanto il nostro dialetto ferentinate non è storpiatura dell’italiano, non è la lingua degli ignoranti; è la naturale evoluzione del Latino antico che si è andato declinando nelle parlate neolatine prima di risolversi nelle forme del volgare locale, dove “volgare” non deve intendersi in senso dispregiativo ma coerente con la rilevazione del parlare comune di quel luogo. Il nostro dialetto è una lingua ben definita, una lingua propria del territorio, così come dobbiamo intendere tutti gli altri dialetti del nostro territorio e d’Italia. Che il nostro dialetto sia una lingua è dato dal fatto che si imposta su una “grammatica” ben definita, studiata egregiamente dal prof. Roberto Cocco nei suoi anni universitari essendo della scuola di Tullio De Mauro. In questo studio molto analitico, pubblicato da “Gli Argonauti” in un pregevole volume di atti “Tradizioni Popolari e Folklore in Ciociaria”, si può avere contezza della complessità del nostro dialetto, che noi impariamo come lingua madre sulle ginocchia delle mamme e delle nonne e nelle conversazioni con i concittadini e compagni di giochi. È una lingua parlata; non è una lingua scritta né una lingua assurta a rango di lingua letteraria, anche se qualche testimonianza del “volgare” ferentinate lo possiamo avere dall’iscrizione in carattere onciale presente nell’acquasantiera telamone del tardo XIII secolo, conservata qui in S. Maria Maggiore: ‘V PESA, “come pesa”. Altra documentazione scritta del “volgare”, dell’idioma parlato in Ferentino almeno fino al “trionfo” della lingua nazionale, l’Italiano, che ha fatto perdere prestigio al dialetto, la possiamo trovare nei documenti tardi, del XV-XVI secolo, per esempio nelle testimonianze dei testimoni rogati dai notai o citati in giudizio. Nel lontano 1978 diedi ampia documentazione del volgare usato in Ferentino, pubblicando un lungo verbale del processo celebrato nel 1585 contro il canonico Giovanni Leonino che aveva maggiorato il prezzo del grano conservato nel Monte Frumentario. Come era prassi nelle verbalizzazioni giudiziarie, il giudice si rivolgeva ai testimoni in latino (naturalmente giuridico), mentre i testimoni rispondevano alle domande nella loro lingua, il volgare. Il cancelliere, che verbalizzava, manteneva quasi intatta la parlata locale, ma la trascriveva utilizzando le lettere e i fonemi dell’alfabeto latino, facendo perdere, così, le particolari pronunce dei testimoni … Ne usciva un “volgare aulico”, un volgare dell’aula, un volgare illustre che si avvicinava alla lingua corretta e scritta, molto più vicina a quella che un giorno diventerà l’Italiano, che grosso modo parliamo noi oggi.     

E noi contemporanei, quando dobbiamo scrivere il dialetto di Ferentino, che come lingua parlata per un lungo volger di secoli, almeno dal tardo antico ad oggi, ha avuto notevole evoluzione, come lo scriviamo? Sarebbe opportuno trascriverlo con i caratteri dell’alfabeto fonetico internazionale, ma in tal modo sarebbe leggibile solo agli addetti ai lavori e sarebbe illeggibile o di difficile lettura da parte del pubblico comune, da parte dei lettori di “Frintin’ mé” … Come rendiamo le cadute delle desinenze latine? Come scriviamo, per esempio, la pronuncia di “pane”, di “fuoco”, che derivanti dalla forma dell’accusativo latino: PANEM e FOCUM nelle forme volgari avevano perso la lettera “m” ? Usiamo un tripudio di U … mentre sarebbe migliore e più leggibile oltre che più corretto foneticamente usare degli artifici grafici: per esempio scrivere “ PAN’ ” con l’apostrofo finale al posto della vocale sorda “e”; e “ FöC’ ” con la o chiusa e l’apostrofo finale al posto della vocale sorda “o”. Ma, come dicevano i latini: DE HOC SATIS, rinviando la discussione ad altra riunione più pertinente.

SECONDO PUNTO: dare dignità d’arte a una lingua non letteraria, il dialetto, dando  cittadinanza letteraria alla poesia in vernacolo

Maria Teresa Valeri, nel precitato articolo, dichiarava compiaciuta: “Assistiamo con piacere ad un inizio di riscossa del “sentimento di appartenenza”: aumenta il numero di scrittori in vernacolo, rinasce il gusto per il parlare dei Padri. A Ferentino, in particolare, la Pro Loco organizza annualmente, nel periodo delle feste natalizie, manifestazioni dedicate al Dialetto Ciociaro, con folta partecipazione di poeti e scrittori ferentinati e di tutta la provincia frusinate. Un plauso deve andare alla Pro Loco di Ferentino, che, fattasi carico di divenire la “custode” dell’idioma locale, quest’anno ha festeggiato la XIX Serata Dialettale Ciociara”. Ed è vero la Pro Loco si è fatta interprete di questo spirito di riscossa: ha promosso concorsi di poesia in dialetto, il cui giudice d’eccezione era il compianto preside Cesare Bianchi, grande studioso del dialetto di Ferentino e prezioso commentatore delle poesie dialettali, che esprimevano profondamente lo spirito ferentinate, l’animus pensoso e giocoso della nostra gente … la sapida ironia e il gusto della battuta pronta e piccante. Tutti noi conosciamo, o almeno spero, gli stornelli che i contadini e le contadine cantavano quando andavano “a cögli gli ort’ ” … o le stornellate per i matrimoni, gli charivarì (ˌʃɑːrɪˈvɑːri) le prese in giro, gli stornelli a dispetto …Questi che ho citato sono forme artistiche locali che hanno un corrispondente letterario nella letteratura italiana delle origini …

Ma noi abbiamo anche i poeti di Ferentino. Non vorrei parlare di tutti; non ho tempo sufficiente, ma vi rinvio alle pubblicazioni curate dalla Pro Loco sui concorsi di poesia e sulle serate dialettali ciociare, serate nelle quali partecipavano tutti i poeti dialettali della provincia di Frosinone ed anche delle province limitrofe.

Vorrei citare Giovanni Prosperi, morto prematuramente sotto le bombe della seconda guerra mondiale; non disdegnò di scrivere in vernacolo. Fernando Bianchi, altro poeta ferentinate, insieme a lui curò un bel volumetto di poesie: “ Rusbiglit’ Frintin’ ”, prima edizione giugno 1942, nato “dalla felice e acuta osservazione della vita del popolo” … di buona gente alla quale non manca il gusto per il pettegolezzo e a volte della maldicenza, sentimenti molto popolareschi, forse triviali. Giovanni Prosperi, il giovane Giovanni Prosperi, utilizza l’idioma locale per esprimere i sentimenti più profondi e alti e ci riesce bene, anche se molte delle parole utilizzate sono derivate dalla più complessa lingua italiana; ma lui le usa piegandole alla lingua madre e riesce a dare una sonorità vocale e dialettale molto ricca e articolata ai suoi versi.

Cito anche Felice Cupini, medico, che in “ Fronn’ d’ Sdrica ”, un bel volumetto da ristampare, che contiene i componimenti che Felice scriveva “in mezzo alla baldoria  e alle grasse risate”, quando tornava a villeggiare a Ferentino e si immergeva di nuovo nell’humus della terra e della lingua madre. Scriveva: “il nostro dialetto potrà sembrare rude e sgraziato, ma in verità si possono trarre da esso colori e sfumature delicatissime nell’esprimere sentimenti che nascono dal cuore e dall’anima”.

E che dire di Fernando Bianchi, il poeta di Ferentino? Facondo, poliedrico, versatile … spiritoso, sagace, rapido nelle battute e nelle descrizioni che spesso potevano essere assomigliate a quadri. E lui era anche pittore … e i suoi quadri erano brillanti per colori e luci. Così le sue parole, sia pronunciate in dialetto che in italiano.

Rileggiamo queste opere, senza sentirle attività letterarie minori, perché riferibili a spazi, luoghi e tempi circoscritti e ben delimitati. I sentimenti che esprimono questi nostri Poeti sono universali. La Poesia non è Maggiore o Minore a seconda della lingua usata o riferita a un territorio localizzato o più ampio. La Poesia o è Poesia o, semplicemente, non è.   

presentazione libro simu du frintinu

Concludo con la citazione da Maria Teresa: “il dialetto non deve morire, perché significherebbe l’azzeramento della nostra civiltà ferentinate, la scomparsa della nostra identità. Se si verificasse questo esito infausto, si determinerebbe una situazione simile a quella provocata da un’alluvione: il progetto  personale e sociale della civiltà cittadina verrebbe ricostruito senza fondamenta, non avendo il supporto di una tradizione sedimentata nel tempo, garanzia per il futuro del nuovo progetto. Non si può affrontare il mondo né essere liberi di accettare e contribuire costruttivamente alle inevitabili trasformazioni epocali, se non si è consapevoli della propria identità spirituale, linguistica e culturale”.

Si te grata quies et primam somnus in horam / delectct, si te pulvis strepitusque rotarum, /