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Ass. Gli Argonauti Ferentino

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MULINI E MUGNAI A FERENTINO

 di Biancamaria Valeri

La città di Ferentino è situata nel territorio attraversato dall’importante arteria della Via Casilina (anticamente denominata Via Latina), usata in epoca romana prevalentemente come strada commerciale. Quando l’Appia divenne impraticabile a causa del suo impaludamento, ogni traffico si concentrò sulla Via Latina, unica strada, che attraversando il Lazio, collegava il meridione a Roma. La felice posizione strategica di Ferentino incrementò la fiorente economia della cittadina e rese più floride le sue risorse agricole e artigianali. Il testo degli Statuta Civitatis Ferentino, edizione risalente alla metà del XV secolo e sicuramente copia rinnovata rispetto ad un esemplare più antico forse del XII-XIII secolo, accolse norme specifiche sugli artigiani e sugli agricoltori, dandoci una descrizione sicura delle caratteristiche economiche della città campanina. In particolare lo Statuto è dovizioso di norme relative all’artigianato specialmente nel libro V. Le categorie sociale ed economiche “protette”, tutelate dalla legge erano quelle dei macellai (libro V, rubrica II), dei calzolai (libro V, rubrica XXXIX), dei mugnai (libro V, rubrica LVI), dei ferrari o fabbri e dei calderai (libro V, rubrica LXXVII). I mugnai erano i conduttori dei mulini: venivano definiti popolarmente molinari se gestivano mulini a grano, montanari se gestivano mulini per la produzione dell’olio, chiamandosi comunemente montano il luogo di spremitura delle olive. Il mulino è uno stabilimento in cui si esegue la macinazione dei cereali soprattutto del grano. La macinazione dei cereali è stato uno dei problemi primordiali che l’uomo ha dovuto affrontare e risolvere, dapprima con dispositivi rudimentali poi, via via, sempre più complessi. In Grecia, intorno all’anno 1000 a.C. si cominciò a dare forma sempre più razionale alle macine e in seguito si introdusse l’uso dei palamenti costituiti da due blocchi monolitici di pietra, tra i quali il grano veniva schiacciato. Il movimento del meccanismo veniva ottenuto a spese della forza umana o di animali. Successivamente si costruirono mulini idraulici; sembra che si debba ai Saraceni la loro introduzione in Italia in epoca medievale.

Poi, sfruttando la forza eolica, vennero costruiti i mulini a vento e finalmente, nella seconda metà del XVIII secolo si introdussero le macchine a vapore per generare il movimento per la macinazione dei cereali. Nel 1850 l’introduzione dei laminatoi rivoluzionava il sistema della macinazione: veniva introdotto il sistema dell’alta macinazione, per cui il grano è gradualmente sgretolato in semole sempre più fini con intermedie separazioni delle crusche. Precedentemente a questa innovazione tecnologica la macinazione si fermava al procedimento della bassa macinazione ossia a quel procedimento secondo il quale lo sfarinamento era compiuto senza eliminare prima la crusca. A Ferentino, città fondata su un’economia di tipo agricolo, la presenza di corsi d’acqua perenni ha permesso la costruzione di mulini, che, sfruttando l’energia prodotta dallo scorrere delle acque, hanno fatto progredire l’agricoltura ed hanno facilitato le opere umane per l’approvvigionamento e la rielaborazione delle materie prime, materie essenziali per la sopravvivenza. Il più famoso mulino ferentinate fu quello costruito sul fiume Alabro. Nell’Archivio Storico Comunale e Notarile “Antonio Floridi” si conservano molti documenti che testimoniano l’importanza economica di questo stabilimento “industriale”, la cui vendita nel 1350 (10 agosto) l’esborso da parte di Nicola Corvo di Morolo di 200 fiorini d’oro. Per la stessa somma Nicola Corvo l’anno successivo (1351, 12 ottobre) a Giovanna Caetani, moglie di Rinaldo de Supino, la torre de Alapro con i mulini e le sue pertinenze.

Il Comune medievale aveva grande attenzione verso gli opifici nei quali si producevano le risorse alimentari necessarie per la sopravvivenza della Comunità. “Che coloro che si recano fuori di Ferentino per macinare riportino la farina” (Statuta Civitatis Ferentini, libro V, rubrica LXXX); “Che i cittadini di Ferentino siano tenuti a depositare tutti i cereali in città e i forestieri la quarta parte” (Statuta Civitatis Ferentini, libro V, rubrica LXXXIX. L’accenno ai “forestieri” è fatto considerando la possibilità della presenza in Ferentino di persone non appartenenti alla Comunità, ma che avevano terreni produttivi nel territorio del Comune); “Che i mugnai non debbano macinare per i forestieri finché ci sono i cittadini” (Statuta Civitatis Ferentini, libro V, rubrica LVII). Le pene per chi contravveniva erano in genere pecuniarie e “salate”. Ad esempio per quelli che macinavano le granaglie fuori del territorio comunale e non riportavano in città tutta la farina ricavata dalla macinazione erano sottoposti ad una pena di 10 libbre di denari e alla restituzione della stessa quantità di cereale che non avevano riportato. Quelli che non depositavano in Ferentino i cereali prodotti nel territorio erano multati per una somma di 25 libbre di denari e a loro era requisito tutto il frumento. Per noi è difficile comprendere il valore delle multe perché non conosciamo il corrispondente valore monetario del denario: per una comprensione più certa basta considerare che il denario era una moneta argentea molto in uso nell’età medievale, il cui valore si basava sulla divisione della libbra d’argento in 20 soldi, ognuno diviso in 12 denari. Il denario corrispondeva a 1/24 di oncia di argento fino. I mugnai in Ferentino nel Medioevo si dovevano anche preoccupare di provvedere al corretto funzionamento dei corsi d’acqua, che servivano a produrre energia per i loro mulini. La LIX rubrica del libro V impone ai mugnai, che hanno i mulini nella località “Prati”, di controllare corso d’acqua e il canale “Olentis” per impedire che il deflusso dell’acqua danneggi i vicini e i loro campi. Nel caso che ciò non avvenga, i mugnai sono obbligati a risarcire i danni arrecati e pagare una pena di 40 soldi da corrispondere per metà al Comune e per metà a colui che ha subito il danno. Nel 1850, come si evince dalla Tabella o Ruolo dei contribuenti della tassa di esercizio del commercio, dell’industria e dell’artigianato, in Ferentino esistevano sette mulini a olio (proprietari: canonico don Arcangelo Bossi, Gregorio e Fedele marchese Tani, sig.ra Anna Giorgi, Domenico e Giuseppe conte Stampa, sig.ra Felice De Cesaris, Nicola De Paolis)) e tre mulini a grano (proprietari: Arcangelo Giorgi, Roberto ed Enrico Lolli, Romualdo e Domenico Necci). Almeno tre mulini a grano si trovavano nel Borgo di S. Agata. Con l’applicazione della macchina a vapore e, nel ‘900, con l’utilizzazione dell’energia elettrica non si ebbe più necessità di costruire mulini lungo i corsi d’acqua. Nel XIX secolo i mugnai non sono considerati come coloro che esercitano l’arte della molitura, ma sono i proprietari del “mulino”, una vera e propria azienda impegnata nella produzione di farina e olio. I “mulini” sono, quindi, da collocare nel settore industriale, mentre i “macellai” nel settore del commercio insieme a coloro che “spacciano” (vendono) generi alimentari, di pizzicheria, sali e tabacchi. Il Borgo di S. Agata era la zona urbana che più si prestava ad accogliere stabilimenti “industriali”: era attraversato dalla Via Casilina, si trovava alle porte della città, dal Medioevo era la zona degli scambi commerciali e della circolazione delle merci e delle persone. In questo Borgo era edificata la chiesa di S. Agata, una chiesa di primaria importanza per la storia cittadina per essere stata il primo sacrario di S. Ambrogio martire, il patrono della città. È documentata, almeno dal XIII secolo l’esistenza dell’ “Ospedale di S. Giacomo”, gestito dall’Ordine di Malta, per l’accoglienza dei pellegrini e dei viandanti. Nel XVIII secolo si parla nei documenti di una locanda, le cui rendite erano a vantaggio del Seminario Vescovile. Nella zona del Borgo nella solennità dell’Esaltazione della Croce (14 settembre) dal XVII secolo si svolgeva una grande fiera di merci e bestiame, esente da dazi e gabelle. Il Borgo accoglieva importanti imprese artigianali e imprese commerciali di vendita al minuto e al dettaglio. Il mulino a grano della Famiglia Sarandrea, sito in prossimità della chiesa di S. Agata, era un’importante azienda a servizio del fiorente settore agricolo ferentinate. Gran parte degli agricoltori della città e del territorio avevano nel mulino Sarandrea un punto di riferimento essenziale. Il mulino Sarandrea è stato in attività dagli inizi del XX secolo al 1970 circa.

Bibliografia di Riferimento

1. Biancamaria Valeri, Artigianato a Ferentino, in Mestieri del Lazio. Lunario Romano 1995, Roma 1995, pp. 395-402 2. Biancamaria Valeri, Tutela dell’Archivio Storico di Ferentino: interventi pubblici e privati nel XVIII secolo, in Quaderni di Storia, n. 12, Comune di Ferentino-Assessorato alla Cultura (1993), pp. 31-60 3. Statuta Civitatis Ferentini, edizione critica a cura di Marco Vendittelli, Roma 1987

 

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